Nella tradizione taoista c’è una parolache non ha una traduzione precisa in italiano.
Si scrive

e si pronuncia ziran. Letteralmente significa “così di per sé”.
Ziran non si riferisce a un obiettivo da raggiungere, e non è nemmeno quello “stato di grazia” che caratterizza i grandi maestri e i saggi.
È piuttosto la descrizione di ciò che accade, quando una persona smette di combattere con se stessa e inizia a muoversi secondo la propria natura profonda.
L’acqua non decide di scorrere verso il basso. Lo fa perché è nella sua natura.
Il seme non si sforza di diventare albero. Lo diventa, perché è già albero dentro di sè.
Noi siamo gli unici esseri che fanno resistenza a ciò che sono.
Il problema non è che “non sai chi sei”
Posso solo parlare in base alla mia esperienza: ho svolto decenni di lavoro diretto con il corpo, con centinaia di persone inclusa me (anzi per prima).
Il problema che ho osservato non è mai la mancanza di consapevolezza. Le persone che incontro, spesso sanno già benissimo cosa vorrebbero, cosa le frena, quali schemi si ripetono. Quindi, continuare a inseguire la “consapevolezza” le porta solo a girarsi intorno all’infinito.
Il problema della consapevolezza è che rimane in alto: occupa la testa, il ragionamento, l’analisi. Ma non scende mai nel corpo, cioè: non diventa movimento, respiro, postura, presenza.
Ziran non è un concetto che basta capire o spiegare, ma qualcosa di concreto da trasformare in carne (la propria).
Il corpo è il primo posto dove Ziran comincia a esistere.
Cosa significa nella pratica?
Quando il proprio baricentro è instabile, anche le scelte più chiare vacillano.
Se il respiro rimane in alto (nel torace), persino la calma più sincera e “zen” dura poco. Ogni azione a cui il corpo non partecipa blocca la trasformazione e la trattiene in superficie.
Ziran è il momento in cui tutto questo si allinea. Però senza uno sforzo volontario!
Perché sia efficace, infatti, non occorre aggiungere ma togliere: eliminare tutto ciò che impedisce la sua espressione. Possiamo usare il paragone di un’auto nel fango: se vuoi che esca dal pantano e riparta, cerchi di alleggerirne il peso e sollevarla, non metterai di certo dei sassi sui sedili.
Noi umani di solito facciamo il contrario: cerchiamo di uscire dal pantano aggiungendo parole, descrizioni, deduzioni, elucubrazioni… così abbiamo le caviglie sempre più legate e le idee meno chiare. Per liberare il nostro ziran, invece, il processo è all’inverso. Alleggerisci: scendi nel baricentro (il luogo dove c’è la mappa), e lascia che sia.
In sostanza questo principio ci insegna un concetto semplice: non hai bisogno di diventare qualcuno di diverso. Hai solo bisogno di smettere di impedirti di essere chi sei già. Come dire: sei già albero, non hai bisogno di cercare di capire come diventarlo.
Se ti va puoi approfondire questo discorso sul mio sito: ecco alcuni articoli che completano la trattazione.
📖 Ziran: il principio taoista che ti riporta alla tua natura autentica :l’articolo pilastro sul concetto
📖 Essere come acqua: sulla via della filosofia orientale : la fluidità come pratica quotidiana
📖 Il Radicamento: non semplice visualizzazione ma ancoraggio reale: il cambiamento parte dal basso
📖 Breathwork dinamico: cosa cambia quando il respiro ritrova il baricentro: il metodo pratico
📖 Cambiare se stessi non è sempre la soluzione: perché il vero cambiamento non si forza
Se questo risuona con qualcosa che senti, inizia da qui: la tua mappa Ba Zi — il primo passo per riconoscere la tua struttura profonda.
Sono Deborah Nappi, formatrice e operatrice delle arti corporee orientali da oltre trent'anni. Lavoro sul corpo e con il corpo, attraverso il Qi Gong, il Nei Gong, il respiro e la tradizione taoista. Ho creato il metodo RespiMove®, respiro in movimento, che integra le arti orientali e la visione moderna.




Bellissimo articolo Deborah. Questo modo di leggere lo ziran ribalta completamente l’idea di crescita a cui siamo abituati. L’idea che non si tratti di diventare qualcosa di diverso, ma di togliere ciò che impedisce a ciò che siamo già di esprimersi, è tanto semplice quanto destabilizzante.
Mi risuona molto quando riporti tutto al corpo, perché è lì che i concetti smettono di essere teoria e diventano esperienza. E forse è proprio questo il punto più difficile: accettare che spesso non manca nulla, ma c’è solo troppo.
Mi resta una domanda aperta: quanto di quello che chiamiamo “ricerca di sé” è in realtà una forma sottile di resistenza a ciò che già siamo?.
Stupendo e posso dirti che mi ci ritrovo 1 a 1 in questa situazione di blocco. Che fatica vivere!